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dimecres, 27 de gener del 2016

La Retirada del 1939 e gli anni dell’esilio repubblicano

Testo della conferenza sul esilio repubblicano per l’evento "Acoggliere Nell'emergenza Ieri e Oggi" di Rimini (Emilia-Romagna, Italia), 29 gen 2016.

Il XX secolo è stato un secolo di sconvolgimenti, sia per l'Europa che per la Spagna. Anche se la Spagna durante la prima guerra mondiale non si era alleata ufficialmente con nessuno dei due blocchi contendenti, i repubblicani, i partiti socialisti e i sindacati simpatizzavano per le democrazie. Invece, i conservatori sostenevano in gran parte gli interessi degli Imperi centrali. Così era accaduto in Grecia con le fazioni contrapposte di E. Venizelos e di Re Costantino, per esempio, e in altri paesi che rimasti ufficialmente neutrali.
Questi due modi di intendere il mondo e la società sono stati dibattuti in Spagna negli anni successivi, nel quadro di una monarchia costituzionale e di un sistema democratico limitato (il suffragio politico non era universale, per esempio). Essenzialmente, la Spagna era un paese agricolo con due sole regioni industrializzate, la Catalogna e i Paesi Baschi, che hanno lottato per mantenere la propria identità e la propria lingua al di fuori della cultura spagnola dominante.
Fino agli anni Venti, i sindacati operai –soprattutto il sindacato anarchico CNT–  erano riusciti a ottenere alcuni diritti per i lavoratori attraverso scioperi e manifestazioni, come la giornata lavorativa di otto ore. Nel frattempo, su un altro fronte, i movimenti politici regionalisti, catalano e basco, richiedevano più autonomia. Tutto questo era visto dai conservatori centralisti spagnoli come una minaccia per lo Stato. Con tale pretesto, nel 1923 è estato giustificato il golpe militare di Primo de Rivera, appoggiato dal re. Fu un colpo di stato reazionario, come quello di Miklós Horthy in Ungheria nel 1920, di Mussolini in Italia nel 1922 e come il colpo di stato militare avvenuto in Bulgaria nel 1923 contro il Partito Agrario di A. Stambolinsky.
Dopo la dittatura spagnola, la prima elezione che ha avuto luogo è stata ampiamente vinta dai partiti repubblicani. Così, il 14 aprile 1931 viene proclamato il regime politico della Seconda Repubblica. “Seconda”, in quanto vi era già stata una repubblica nell'Ottocento. La grande vittoria repubblicana portò all'abdicazione del re Alfonso XIII. La Repubblica ebbe diversi governi, prima di sinistra, poi dei conservatori. Con la sinistra al governo, i partiti socialisti e repubblicani guidati dal presidente Manuel Azaña  migliorarono i rapporti di proprietà in agricoltura, riorganizzarono l'esercito, crearono nuove scuole, apportarono miglioramenti nel lavoro ed estesero a tutti il diritto di voto. Fu realizzata la secolarizzazione dello Stato e si diede vita al decentramento politico per garantire l'autonomia della Catalogna e dei Paesi Baschi.
Tuttavia, era sempre forte l'opposizione dei partiti di estrema destra, formata da ultra conservatori, partiti autoritari e fascisti e dalle alte gerarchie dell'esercito e della Chiesa,  che disapprovavano queste misure. La destra fallisce un colpo di stato nel 1932 e poi ne realizza un secondo il 17 e 18 luglio 1936, quello che alla fine conduce alla guerra civile spagnola. Per parte sua l'estrema sinistra –gli sindacati del lavoro anarchico– sollecitava riforme più profonde. La classe operaia era sempre più a favore di una rivoluzione sociale rispetto alla prospettiva di una Repubblica democratica liberale.
La guerra civile spagnola fu una specie di preludio alla seconda guerra mondiale, una guerra tra democrazie e partiti di sinistra contro il fascismo, come avverrà nel 1939.
All'interno del conflitto spagnolo, le forze di destra, i ribelli –auto-nominatisi “nazionalisti”– avevano il supporto dell'Italia fascista e della Germania nazista, con Hitler al potere già da tre anni, e il sostegno della gerarchia ecclesiastica. I repubblicani, invece, potevano contare solo sul sostegno dell'Unione Sovietica, del Messico e delle Brigate internazionali, composte da 40.000 volontari provenienti da 60 diversi paesi. Un volontario era George Orwell, il più noto scrittore britannico. La Repubblica spagnola non riceveva, peraltro, alcun sostegno ufficiale da parte di democrazie come Francia e Regno Unito.
Progressivamente, la guerra divise il paese in due zone. L'esercito nazionalista era supportato da italiani e tedeschi, che sperimentarono così nuove tattiche di guerra, come l'infame bombardamento di Guernica che fu completamente devastata e in seguito immortalata da Pablo Picasso nel suo famoso dipinto. Dopo la guerra di Spagna, Italia e Germania applicarono le stesse modalità durante la seconda guerra mondiale. Con tali supporti, l'esercito nazionalista era superiore e occupò il territorio a partire dal Sud, per risalire poi verso le zone settentrionali. Fin dall'inizio i nazionalisti cercarono di occupare Madrid, ma non poterono conquistarla se non alla fine del conflitto.
La guerra portò violenza in entrambi i campi. Nella parte repubblicana dominavano le forze anticlericali; in quella nazionalista le autorità promossero repressioni contro la classe operaia e i repubblicani, con molte esecuzioni e sepolture in fosse comuni. Attualmente, le Nazioni Unite sollecitano la loro apertura a fini di studio.
Allo stesso tempo, nelle zone sotto controllo repubblicano –soprattutto in Catalogna– una rivoluzione operaia trasformava la proprietà privata in collettiva e modificava certe convenzioni sociali, come il ruolo della donna e il rapporto tra poatrono e operaio. In quelle controllate dai nazionalisti, al contrario, l'organizzazione politico-sociale diventava fortemente gerarchica. Il generale Francisco Franco stava prendendo la maggior parte dei poteri e veniva nominato capo di tutto il movimento reazionario.
Nei mesi finali della guerra, si svolse la battaglia del fiume Ebro, ultima grande prova  dell'esercito repubblicano. Nel frattempo, nel settembre 1938, veniva firmato il Patto di Monaco tra Hitler e le democrazie, e deciso lo smembramento della Cecoslovacchia. Così, i repubblicani spagnoli persero la speranza che un conflitto internazionale potesse costringere le democrazie europee a schierarsi in loro favore.
Dopo la sconfitta di Ebro, i nazionalisti  iniziarono a occupare la Catalogna obbligando l'esercito repubblicano e molti civili a fuggire in Francia. In totale, gli esuli furono circa 500.000: popolazione locale (catalana) e rifugiati arrivarono da varie parti della Spagna in fuga dai nazionalisti. Si tratta della più imponente emigrazione politica nella storia della Catalogna e della Spagna. Oltre al personale militare e civile, esiliò in Francia la maggior parte dei politici repubblicani, intellettuali di spicco e professionisti all'avanguardia del paese. Questo movimento è noto come la Retirada. Gli persone che lasciano la Spagna erano bombardata dell'aviazione italiana e franchista.
Va detto inoltre che alcune minoranze avevano lasciato la Spagna anche prima della fine della guerra civile, ad esempio bambini che si erano rifugiati in Messico o nell'URSS. Oggi essi sono importanti punti di riferimento nella storia dell'esilio, poiché questi testimoni sono gli unici ancora in vita. Loro offrono una lettura meno politicizzata e più sociale.
Pero se si considerano gli esuli della fine della guerra, ed il suo profilo politico e sociale, si ricava che prevalgono i maschi –circa il 60%– con un'età media di trent'anni, impiegati nel settore industriale e nel settore agricolo –benché siano presenti anche intellettuali–, e vicini alle opzioni politiche libertarie, oltre naturalmente a repubblicani, comunisti e socialisti.
Nei primi giorni, la frontiera fu aperta con riluttanza per l'ingresso di tutte queste persone. L'accoglienza delle autorità francesi fu terribile, gli esuli sono stati presi nei campi per rifugiati in condizioni di vita molto deplorevoli e, all'inizio, allo scoperto. Uomini da un lato, donne e bambini dall'altro. I primi campi vennero costruiti sulle spiagge. C'erano anche i luoghi specifici di pena. A causa delle dure condizioni di vita, si stima che tra febbraio e settembre 1939 abbiano fatto ritorno 225.000 esuli, tra cui molti soldati dell'esercito repubblicano che si era ritirato in Francia nel febbraio 1939.
Molti che non hanno resistito, si sono ammalati e sono morti nei campi. Per accogliere i pazienti furono allestite quattro navi ospedale e in tal senso fu importante l'iniziativa della maestra svizzera Elisabeth Eidenbenz che mirò a dare vita a una struttura specifica per le madri, a Elna. Dal 1939 al 1944 avvennero qui quasi 600 parti. Anche a Brullà e a Banyuls sorsero altri due centri di maternità, seppure più modesti. Allo stesso tempo, alcuni scrittori, artisti, studenti e intellettuali furono ospitati in centri specifici, come il castello di Valmy (in Argelers) o nei successivi centri di Montpellier, Toulouse, Roissy-en-Brie e Roissy-la-Rivière.
In questo momento, l'esilio repubblicano ha iniziato una nuova fase segnata dalla diaspora. Alcune persone hanno cercato di recarsi in America, l’URSS o la Gran Bretagna, in fuga dalla Francia in barche. Alcuni degli esuli riuscirono a ricostruire la propria vita fuori della Francia. In effetti, la Francia aveva fatto una richiesta internazionale affinché altri paesi aprissero la porta ai rifugiati spagnoli, ma solo Messico, Cile, Repubblica Dominicana, Colombia e Cuba diedero una risposta positiva. La redistribuzione degli esuli avvenne soprattutto in America Latina e in particolare in Messico. Altri esuli furono accolti in paesi come Inghilterra, URSS e Nord Africa. Da quel momento la storia dell'esilio diventa una complessa storia politica di emigrazione, con più variabili. In conclusione, l’agosto di 1939, 20.000 profughi avevano già lasciato la Francia.
Nel frattempo, le truppe di Franco avevano occupato Valencia e Madri. Il primo girono di aprile 1939 la guerra finisce. Oltre agli esuli, la guerra civile ha causato complessivamente non meno di 400.000 morti. Gli esuli e coloro che erano rimasti in patria sarebbero stati perseguitati in seguito dalla “Legge delle responsabilità politiche”, base della repressione franchista. Così nacque in Europa una nuova dittatura che si aggiungeva a quelle affermatesi negli ultimi dieci anni, come la dittatura del re Alessandro I in Jugoslavia (1929); quella di Hitler in Germania (1933); quella militare di Re Boris III di Bulgaria (1934) e di Metaxas in Grecia (1936). In Spagna il regime è guidato dal generale Francisco Franco e si colloca tra il nazionalismo reazionario e il fascismo totalitario.
Tra il 1939 e il 1942 prevalse il carattere fascista del regime, in linea con i vecchi alleati della guerra civile. Infatti dal 1936 il franchismo aveva cercato di costruire un nuovo regime seguendo i modelli italiani e tedeschi. Tuttavia, è stato sempre sotto stretta sorveglianza da parte dei militari, rafforzati dalla vittoria in guerra. Al vertice di essi, Franco, che assunse la presidenza del Governo dello Stato, il comando dell'esercito e del partito unico. L’intenzione dei vincitori della guerra civile era di abolire le riforme della Repubblica, un'idea che non ebbe il sostegno della maggioranza della popolazione; quindi, si dovette usare la repressione.
Va ricordato che dopo la guerra civile fu creato un sistema repressivo organizzato, in primo luogo per i militari repubblicani e i prigionieri di guerra che tornavano dalla Francia. Furono reclusi in campi di concentramento per essere classificati: quelli considerati innocui potevano essere liberati dietro convalida di persone di fiducia del regime; gli altri venivano imprigionati e se hanno pene minori, sono stati inclusi in squadre per il lavoro forzato.
Comunque, la repressione colpì la maggior parte della popolazione, data la diffusa mancanza delle libertà culturali, morali, religiose e politiche. Questo controllo fu esercitato con limitazioni dei diritti e delle libertà delle persone e dei gruppi, con divieti, inchieste della polizia, persuasioni, accuse e l'imposizione di una nuova morale e una nuova memoria, per esempio, a favore di "los Caídos", vale a dire i caduti durante la guerra. I sindacati e i partiti politici furono aboliti e gruppi della classe operaia, marxisti, liberali, repubblicani e regionalisti vennero perseguitati. L'uso pubblico del catalano fu proibito e, ovviamente, i governi autonomi catalano e basco furono aboliti. I diritti delle donne, da poco conquistati, furono  nuovamente conculcati, e fu assegnato loro un ruolo di sottomesse. Inoltre ci fu epurazione di insegnanti e gli impieghi pubblici vennero riservati ai sostenitori del nuovo regime.
Allo stesso tempo, coloro che avevano avuto responsabilità politiche durante la Repubblica furono puniti: attraverso denunce e indagini, i sospettati furono arrestati e portati in tribunale, furono inflitte ammende e le loro proprietà confiscate. Allo stesso tempo, altre persone è stato condannato all'esilio, incarcerati o giustiziati. Le confische furono 300.000; ci sono stati da 400.000 a 750.000 detenuti; infine, c’eranno 130.000 esecuzioni.
Nel settembre 1939 scoppiò la prima guerra mondiale e la Spagna fu moralmente vicina ai poteri dell'Asse. La Divisione Azzurra –División Azul– fu inviata a combattere sul fronte russo con i nazisti, analogamente alla Legione Vallonia, organizzata dal fascista belga Léon Degrelle. Allo stesso tempo, il confine dei Pirenei fu gradualmente fortificato, temendo un'invasione alleata. Tuttavia, la Spagna non entrò mai ufficialmente nel conflitto, come è successo ad esempio per l'Italia o la Bulgaria.
Dal momento in cui la Francia entrò in guerra, le autorità francesi volevano cacciare i profughi spagnoli che non erano utili: donne, bambini e anziani. I giovani invece potevano lavorare nell'industria di guerra, in agricoltura, in gruppi di lavoratori stranieri, o arruolarsi nella Legione Straniera. Così, lo Stato francese stava svuotando i campi di concentramento.
Dal giugno 1940, la Francia è stata divisa in due parti. In quella meridionale si instaurò il regime di Vichy –collaborazionista rispetto alla Germania di Hitler– dove i repubblicani cominciarono ad essere strettamente monitorati. Comunque, la parte settentrionale fu occupata direttamente dalle truppe tedesche.
Gli esuli spagnoli subirono questa occupazione e 12.000 di essi furono deportati nei campi nazisti. La maggior parte fu portata in Stalag (campi di prigionia tedeschi per prigionieri di guerra), e successivamente mandata nei campi di concentramento, luoghi di punizione, esaurimento e morte. Nomi come Dachau, Buchenwald, Mauthausen e Ravensbrück sono parte della memoria corrente del movimento repubblicano spagnolo. Nei campi nazisti furono internati 12.000 spagnoli, 7.300 dei quali a Mauthausen.
Inoltre, esuli ben noti furono arrestati dai nazisti e il presidente del governo catalano, Lluís Companys, estradato in Spagna, fu fucilato dalle autorità di Franco. Lluís Companys è stato giustiziato il 1940 –lo scorso anno abbiamo commemorato il 75° anniversario. Così, il presidente catalano sarebbe l'unico presidente democraticamente eletto ad essere stato assassinato dalle forze del fascismo europeo.
Altri esuli si unirono ai partigiani antifascisti della resistenza francese –il maquisard– o alle forze alleate, partecipando dal 1944 a operazioni per liberare l'Europa, ma non si riuscì a liberare la Spagna. A differenza dei partigiani italiani, jugoslavi, rumeni e bulgari, nel caso della liberazione spagnola, i partigiani non avevano il sostegno degli eserciti alleati.
Nonostante ciò, la vittoria degli eserciti alleati portò a una rinascita dell'esilio politico e istituzionale. Nel 1945 nacquero nuovi governi –spagnolo, catalano e basco– ma presto si constatò che il regime di Franco non sarebbe stato abbattuto dalle potenze vincitrici. L’esilio  ripensò alla propria esistenza. Così, una parte significativa tornò in Spagna durante la seconda metà degli anni Quaranta. Complessivamente in tutto il mondo rimasero circa 200.000  rifugiati, 40.000 dei quali in America.
La dittatura di Franco restava salda e si rafforzava grazie a nuove misure, quali la riforma del sistema di istruzione per rieducare i ragazzi, il controllo dei mezzi di comunicazione e un attivo sistema di propaganda. Tutto questo e il regime del terrore tenne la popolazione in una condizione di obbedienza passiva. Questo spiega la durata della dittatura, quasi quarant'anni, fino al 1975.
Ma c'è un secondo fattore, non meno importante, che aiuta a spiegare la sopravvivenza del regime nel corso degli anni: l'adattamento al contesto internazionale, con un forte sostegno da parte degli Stati Uniti, a partire dalla fine degli anni Quaranta. Infatti, in concomitanza con la prima vittoria britannica in Africa nel 1942, Franco virò verso una posizione di minore coinvolgimento con Hitler e Mussolini e di una maggiore apparenza democratica. Comunque, alla fine della seconda guerra mondiale, l'ONU pose veti al regime di Franco e così il 1946 è stato probabilmente l'anno più difficile per la sopravvivenza del regime.
Questa condizione muta nel 1947, quando l'atmosfera di tensione dovuta alla nascente Guerra Fredda –con le questioni del blocco di Berlino e la propensione della Grecia verso il comunismo– aiuta il regime franchista a sopravvivere. Il mondo era diviso tra comunismo e capitalismo, per cui il dittatore si presenta come un radicale anticomunista e gli Stati Uniti lo accettano. Gli Stati Uniti non volevano il ritorno a la Repubblica poiché temevano le ipotetiche influenze comuniste sulla democrazie spagnola. In cambio, Franco lascia che gli Stati Uniti installino basi militari in Spagna. Così, il regime franchista inizia una nuova fase tra il 1950 e il 1955, con diversi accordi internazionali con gli Stati Uniti e, infine, con le Nazioni Unite. I nordamericani avrebbero fatto lo stesso in Grecia nel 1967 per sostenere il regime dei colonnelli.
La dinamica della Guerra Fredda significava la persecuzione dei comunisti in esilio, accusati di essere agenti filosovietici. Furono deportati in paesi dell'Europa orientale come Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, Germania orientale, eccetera. C'è da dire che paesi che potevano rappresentare il destino dei rifugiati spagnoli fin dal 1945, come l'Italia, furono inspiegabilmente estranei al presente fenomeno. Ma alcuni rifugiati restarono delusi dalla realtà dei paesi comunisti e cercarono una terza destinazione: Svezia, Norvegia, Marocco, eccetera. Altri invece vissero in perfetta armonia con la realtà pianificata e statalista di stile soviético.
Per quanto riguarda gli esuli in Europa occidentale e in America, finirono per confondersi con un’altra emigrazione spagnola: la migrazione economica. Anche il vecchio esule politico attrasse questo tipo di migrazione verso i luoghi dove si era insediato. L'esilio puramente politico fu riservato a una minoranza che aspettava il giorno in cui Franco sarebbe morto.
Il secondo periodo del regime di Franco inizia negli anni Cinquanta e dura fino al 1975. Questo fu un periodo di crescita economica e di cambiamento sociale, basato su una economia di mercato e in particolare sul turismo europeo, attratto dal "sole di Spagna". In questo periodo nascono anche nuovi movimenti sociali di protesta, differenti dalle vecchie forme di lotta degli anni Trenta durante la Repubblica e degli anni Quaranta ai tempi della guerriglia. In efetto, negli anni sessanta, sono emersi nuovi settori di oppositori al regime: movimenti di quartiere, intellettuali marxisti, movimenti di base cristiani, il sindacato clandestino chiamato “Comisiones Obreras”, gruppi studenteschi, movimenti regionalisti, eccetera. Ad essi va aggiunta l'organizzazione armata dell'ETA Basca, che ha agito più volte contro gli interessi del regime. Allo stesso tempo, nel 1966 è stata abrogata la “Legge delle responsabilità politiche”, vale a dire la base de la repressione del regime di Franco e la legge che impediva agli esuli di ritornare in Spagna.
Nella fase finale del regime, ci furono diversi giorni di protesta, in parallelo all'invecchiamento del dittatore e alla crisi economica del 1973. Benché malato, tra il 1974 e il 1975 Franco firmò alcune condanne a morte. Egli infine morì il 20 novembre 1975. Come  il dittatore stesso aveva pianificato, gli successe il re Juan Carlos di Borbone. La transizione verso la democrazia si aprì con aspetti positivi e altri negativi. Tra quelli positivi, la Spagna era sulla strada di un sistema di libertà e di garanzie democratiche per la popolazione; sull'altro versante, l’aspetto più negativo era la mancanza di un qualsiasi procedimento legale contro gli responsabili della dittatura e il silenzio e l'oblio sul periodo di Franco.
Transizione significa fine delle ragioni per l'esistenza dell'esilio, ma col tempo questa situazione è diventata definitiva in molti di coloro che hanno lasciato la Spagna nel 1939. Anche per quanto riguarda l'esilio catalano, il Presidente del Governo spagnolo ha accettato che il Presidente del Governo della Catalogna, Josep Tarradellas, tornasse dall'esilio. Tarradellas fu restituito al suo ruolo di presidente della Generalitat, l'unica istituzione della Repubblica sopravvissuta alla dittatura.
Oggi, il ricordo di questo periodo è ancora qualcosa di irrisolto in Spagna. I diversi partiti politici non sono d'accordo sul significato della dittatura, il periodo repubblicano e la guerra civile. Il franchismo non è stato studiato con il sostegno esplicito delle istituzioni e, al giorno d'oggi, per esempio, ci sono fosse comuni di Guerra civile che sono ancora chiusi, anche se le Nazioni Unite hanno affermato que che devono essere aperte.

diumenge, 8 de març del 2015

La diáspora republicana. El exilio de 1939 más allá de Francia


[Conferència pronunciada a Argelers, el 21 de febrer de 2015]

En primer lugar quiero llamar la tención sobre el hecho que esta conferencia sea pronunciada en castellano. Aunque la mayoría de ustedes comprenderían mejor el francés, mi nivel deja mucho que desear para tener la osadía de leer un parlamento en este idioma. Soy hijo del sistema educativo español que pasó del francés al inglés en los años setenta.

También tengo la obligación de advertirles de que, aunque hayamos optado por el castellano como lengua común de esta conferencia, mi lengua propia –hoy que, precisamente, es el Día Mundial de la Lengua Materna, según la UNESCO– es el catalán, de modo que el acento de mi castellano así como la contaminación léxica muy probablemente provengan de él.
Dicho esto, quiero agradecer la invitación que me hizo FFREEE (Fils et Filles de Républicains Espagnols et Enfants de l’Exode) para hablar hoy en Argelers como parte de los actos del programa Chemins de la Retirada 2015. Agradecer también la asistencia del público hoy aquí presente. Estoy contento de estar hoy aquí con vosotros.
Se me ha invitado a ofrecer una panorámica del exilio de 1939, el de mayores proporciones en la historia de Catalunya y de España, hoy que este fenómeno, tras el fracaso de las primaveras árabes y el renacimiento del integrismo, se ha hecho tan presente en nuestras vidas a través de los medios de comunicación, pero que los europeos ya lo vivimos de cerca durante la última guerra de los Balcanes y los que estamos aquí presentes lo podemos relacionar con el exilio republicano de 1939, es decir, con la Retirada. Se trataría, en definitiva, de hacer posible que desde el conocimiento de nuestro propio pasado podamos proyectar una mirada informada hacia el presente.

Sin embargo, se me ha encargado expresamente de hablar del exilio no desde la óptica francesa, que ya conocéis bien, sino desde el punto de vista de la diáspora, es decir, el exilio más allá del primer período de concentración y más allá de Francia.
En este sentido, quisiera comenzar con una frase de Josep Vicente, ex alcalde socialista de un municipio de la Costa Brava, escritor e intelectual. Reflexionando sobre el exilio, definió la diáspora como "una ola única, un golpe de mar, que se va y en parte retorna y en parte se queda en las tierras de acogida"[1].

Esta oleada, sin embargo, no se puede entender si no es por la existencia de una fuerza que la mueve. Lo que en 1939 generó la ola del exilio republicano, primero hacia Francia y luego a otros países, fue el miedo a la represión franquista –el exilio es la otra cara de este régimen, existe a causa de él, uno y otro son cara y cruz de la misma moneda.

Proclamación de la Segunda República
A su vez, la represión tampoco se puede entender si antes no comprendemos que el franquismo se construyó en base a tres años de Guerra Civil –la emigración, de hecho, es el resultado de la derrota en ese conflicto. Una guerra que nació del enfrentamiento entre militares golpistas, apoyados por una parte de la sociedad, contra el gobierno democrático de la Segunda República española, instaurada en 1931 –los exiliados eran los que habían levantado aquel régimen democrático y esperanzador.

Siguiendo con la imagen, esa ola, aquel golpe de mar, empezó después de la batalla del Ebro, que, en diciembre de 1938, perdió la República. Esto desencadenó la derrota final, la retirada y el exilio. Significó el retroceso del ejército republicano por territorio catalán. Los meses de enero y febrero, los nacionales fueron empujando los republicanos hacia la frontera con Francia. Junto al ejército republicano se retiraba una gran cantidad de población civil diversa, así como la gran mayoría de cuadros políticos republicanos, intelectuales, profesionales y el tesoro dinerario y artístico. El escenario de aquella gran retirada fue el Pirineo de Girona.
La frontera francesa se fue abriendo progresivamente, entre el 27 y el 10 de febrero, para absorber aquel gran éxodo, cuantificado en 464.000 personas. Andorra, en cambio, había cerrado la suya.

El día 9 había entrado en vigor la Ley de Responsabilidades Políticas, que señalaba como culpables los republicanos, factor sin el cual no se puede entender que buena parte de los exiliados no volvieran a entrar en España hasta muchos años después.

Por lo que hoy sabemos, el perfil político y social de los exiliados –quizá más en el caso catalán– se inclinaba ligeramente hacia el sexo masculino –un 60% de la emigración–, con una media de edad de unos treinta años, empleado en los sectores industrial y agrícola –a pesar de que los intelectuales también estaban presentes– y cercano a las opciones políticas libertarias, aunque también había, lógicamente, republicanos, comunistas y socialistas. Por lo tanto, se trataba de personas que se habían distinguido por su participación en la Segunda República o por su colaboración en la revolución[2].

EL EXILIO EN TIERRAS DE FRANCIA Y LA PRIMERA DIÁSPORA (FEBRERO - SEPTIEMBRE DE 1939)

A partir de aquí, el exilio es un fenómeno que transcurre sobre todo en tierras de Francia, aunque algunas minorías pudieron viajar a otros países ya durante la Guerra Civil española –los niños refugiados en México o en la URSS, por ejemplo. Precisamente los niños protagonizan hoy el relato del exilio. Se impone una perspectiva generacional, sobre todo porque se trata de los testigos que actualmente todavía están vivos. Esto nos ofrece un punto de vista menos politizado, más social y, a la vez, artificialmente alejado del sufrimiento –que siempre viven mucho más de cerca los adultos[3].

Llegada del Stanbrook a Orán
Retomando el final de la Guerra Civil, se debe tener en cuenta que desde los puertos españoles de Valencia, Alicante y Cartagena –después de febrero de 1939– salieron también algunos barcos hacia el norte de África. Éste es otro exilio inmediatamente posterior al gran éxodo, menos cuantioso. El más conocido de aquellos buques es el Stanbrook –con sus 2.638 pasajeros–, aunque hubo otros[4]. Estos refugiados primero fueron retenidos en las embarcaciones y luego, progresivamente, fueron instalados en los campos de Morand, Suzzoni y, más tarde, Miliana, Rèlizane, etc. Otros refugiados fueron encarcelados, mientras un tercer grupo era llevado a los llamados campos familiares[5]. Alrededor de abril de 1939, la cantidad de refugiados era de 12.000, 15.000[6] o 20.000[7], según las fuentes.
Así pues, de febrero a septiembre de 1939 –inicio de la Segunda Guerra Mundial– se abrió una etapa en la vida de los refugiados marcada por el internamiento. No me quiero extender en los factores que marcaron esta etapa: la separación de las familias en la frontera, los primeros campos de las playas –en Catalunya los llamamos de concentración, aunque durante muchos años en Francia fueron llamados de internamiento. Tampoco quiero hablar ahora de los centros de castigo ni de las residencias especiales y maternidades, que también las había, ni los posteriores campos mejor organizados, ni de los masivos retornos a España –sobre todo de soldados de quinta– los meses anteriores a la Segunda Guerra Mundial. En paralelo a todo esto, en España se había acabado la Guerra Civil y comenzaba una larga dictadura de 36 años; un Nuevo Estado con un permanente carácter de excepción, basado en la represión de la disidencia.

Las duras condiciones de vida en los campos de Francia hicieron que entre los refugiados se extendiera el deseo de reemigrar. Esto se impuso como opción para todos aquellos que sabían que regresar a España podía ser un peligro. De hecho, empezaban a circular noticias de que se preparaban embarques hacia países de América Latina, sufragados por entidades de ayuda como el SERE –controlado por Negrín, los socialistas negrinistas y los comunistas–, la JARE –por Prieto y los socialistas prietistas–[8] o la propia Generalitat de Catalunya[9].

En efecto, Francia había hecho una llamada internacional, en marzo de 1939, a fin de que otros países acogieran a los refugiados españoles, pero la respuesta fue muy tímida. Argentina, Uruguay, Brasil o Venezuela no se mostraron muy favorables, porque veían a los republicanos como extremistas políticos. Tampoco Canadá o EE.UU. –estos últimos no querían saltarse la cuota anual de 260 inmigrantes españoles. Sólo México, Chile, República Dominicana, Colombia y Cuba –en distintos grados– dieron una respuesta positiva desde el inicio[10].

Para poder embarcar hacia América los refugiados españoles debían llenar una solicitud y hacerla llegar a una comisión seleccionadora. Los refugiados con más oportunidades para ser aceptados eran los que habían sido propuestos por un partido o un sindicato. El SERE priorizó el traslado de refugiados propuestos por los comunistas. Sin embargo, entre el colectivo exiliado predominaba más bien el elemento anarcosindicalista[11].

Pilotos de la escuela de Kirovabad
Pero antes de hablar de América empezaremos por dos casos muy singulares, los de la URSS e Inglaterra. En la URSS, ya había una emigración española de la Guerra Civil: los niños refugiados con sus maestros, soldados que hacían cursos de piloto y marineros de buques mercantes que hacían el trayecto entre los puertos españoles y los soviéticos. Todos estos se encontraban todavía en el país cuando comenzaron a llegar pequeños contingentes de exiliados de 1939, entre abril y mayo, en barco. Muchos eran dirigentes comunistas del PCE o del PSUC[12]. En total sumaron entre 2.000[13] y 3.500[14] personas que se añadieron a las 4.000 de la guerra[15]. Por tanto, a finales de 1939, había como mínimo 6.000 españoles en territorio soviético[16].

En cuanto a Inglaterra, el país no quiso acoger grandes contingentes de refugiados, sino más bien a personalidades profesionales del exilio –Salvador de Madariaga o Josep Trueta, por ejemplo– y algún dirigente político –Juan Negrín, presidente del gobierno y administrador de los fondos del SERE, Segismundo Casado, Santiago Casares Quiroga, el vasco Manuel Irujo o el catalán Carles Pi i Sunyer. Un exilio no muy numeroso, pero sí muy ilustrado, en palabras de Daniel Arasa[17].

A la vez, parece ser que Bélgica fue receptora de casi 500 niños, los meses de enero y febrero de 1939, y también de una veintena de catalanes[18].

Sin embargo, aparte de estos dos países europeos, la redistribución de los exiliados tuvo como gran destino Hispanoamérica y, concretamente, el que sería el segundo gran país de la emigración republicana: México, gracias a la política generosa del gobierno de Lázaro Cárdenas, amigo del de la República española. En México ya había niños refugiados de la guerra –los conocidos niños de Morelia, por ejemplo–[19] y unos pocos intelectuales, pero entre abril y septiembre de 1939, varias expediciones marítimas trasladaron nuevos contingentes de refugiados hacia el país. Son destacables los viajes de los vapores Sinaia, Ipanema o Mexique. México había pedido que el 60% de los emigrantes fueran agricultores[20]. A pesar de esto, el perfil fue más bien de profesiones intelectuales –muchos maestros, por ejemplo, como señalan los estudios de Salomó Marquès[21], un ejemplo de colectivo bien integrado e influente a la vez, tanto en México como en otros países latinoamericanos, tal como señalan los más recientes estudios[22]. Sin embargo, muchos de estos terminaron realizando tareas agrícolas; eso sí, en un ambiente de libertad política como en ninguna otra parte. A finales de 1939, el total de refugiados en México era ya de 7.400[23] –6.236 llegados en el transcurso de 1939, según la estadística estatal[24]. Recientes estudios, como los de Abdón Mateos (2009) o Gérard Malgat (2013), amplían el conocimiento sobre la ayuda institucional mejicana dispensada a los republicanos.

El Winnipeg
Otro país favorable a acoger los exiliados de 1939 fue Chile. Se pidieron trabajadores de los sectores primario y secundario. Sin embargo, la opinión pública no era demasiado favorable a la operación, por lo que se establecieron criterios más restrictivos que en México. Llegaron 2.200 refugiados a bordo del Winnipeg y otros en expediciones mucho menores[25].

También Colombia y Cuba se mostraron abiertas a acoger refugiados, pero su débil estructura económica obligó a imponer restricciones y, al final, permitieron que se instalaran tan solo 200 exiliados republicanos en el caso colombiano[26] y una cifra ligeramente superior, hasta 1941, en el caso cubano[27]. Desde este último país –pese a no haber sido un país de acogida como México– varias entidades enviaron dinero, víveres y utensilios a los refugiados de los campos de Francia[28].
El caso de República Dominicana es diferente. No existía ninguna simpatía del dictador Trujillo hacia la República; lo que se pretendía era aumentar el potencial demográfico del país. Se pidieron trabajadores agrícolas y, aunque se establecieron criterios restrictivos de manera similar a Chile, se llegó a una cifra superior de refugiados –muchos de los cuales no cumplían con el perfil laboral solicitado por el país. De noviembre de 1939 a mayo de 1940 hubo varias expediciones –las de los buques Saint Dominique, De la Salle o Cuba– que llevaron allí a unas 3.000 personas. El país no las pudo absorber, por lo que se convirtió en un lugar de paso hacia terceros países, sobre todo México[29].

Marcel Cros, ya en Venezuela
Uno de los casos que conozco directamente, por el trabajo que hice en relación a testimonios orales del exilio, especialmente de la comarca catalana del Baix Empordà, es el de Marcel Cros, anarquista de base de la CNT en Sant Feliu de Guíxols y activo durante la revolución anarcosindicalista de 1936. Aunque ingresó en los campos de concentración después de la Retirada, pudo salir gracias a la ayuda de un tío suyo que, desde Nueva York, le gestionó el pasaje hacia República Dominicana a través de entidades simpatizantes con los republicanos. En abril de 1940 embarcaba en Burdeos. Pasó mucha hambre tanto durante el viaje como en República Dominicana. Allí, tuvo que dormir en un manicomio abandonado y ejerció multitud de trabajos mal pagados. Los primeros meses recibió una pequeña ayuda de la JARE. Vivió en Puerto Plata y luego en Santo Domingo. Recuerda que en la capital el dictador Trujillo había permitido sólo un partido republicano, dominado por los comunistas, por eso él nunca lo frecuentó. En 1941 consiguió salir hacia Chile, desde donde quería ir a los EE.UU., pero le negaron el visado por “comunista”, así que se fue a Venezuela, donde rehízo su vida. Allí participó en el muy activo Centre Català de Caracas[30].

Venezuela, en cambio, fue un país muy restrictivo en estos primeros meses del exilio. Abrió sus fronteras casi exclusivamente a unos 400 vascos y otros exiliados procedentes de República Dominicana[31].

Al fin, puede rastrearse la presencia de refugiados españoles, aunque en cantidades muy modestas, en casi todos los países hispanoamericanos[32]. La reemigración en América Latina, a pesar de las demandas de los gobiernos respectivos, tuvo un elevado componente intelectual. Esta verdadera "fuga de cerebros" enriqueció notablemente los países de acogida, pero supuso la dispersión de la magnífica Generación del 27 española.

INICIO DE LA SEGUNDA GUERRA MUNDIAL (SEPTIEMBRE DE 1939 - JUNIO DE 1940)

Una Compañía de Trabajadores Extranjeros
A partir de la entrada de Francia en guerra, las autoridades francesas quisieron desprenderse de los españoles refugiados que no les eran útiles: mujeres, niños y ancianos. El resto podía trabajar en la industria de guerra, en el campo –donde faltaba mano de obra–, en Compañías de Trabajadores Extranjeros (CTE) o bien alistarse en la Legión Extranjera del ejército –una opción que ya existía desde marzo de 1939. En este sentido, el estado fue vaciando los campos. Es por ello que el exilio inició una nueva etapa, ahora más marcada por la dispersión geográfica y la disparidad de situaciones vitales, en contraste con la etapa anterior de los campos de concentración. Como dice Jordi Guixé, el exilio dejó de existir como fenómeno monolítico[33]. Desde el inicio de la Segunda Guerra Mundial, pues, la historia del exilio deja de ser la historia de la retirada, el paso de frontera y el internamiento, y se convierte en la historia de una compleja emigración política, con múltiples variables.
Con respecto al norte de África, a finales de 1939 había unos 20.000 refugiados –8.000 en tránsito hacia otros destinos, 10.000 en Argelia, el principal lugar de asentamiento, y los otros entre Túnez y Marruecos[34]. Los reclusos de los campos también formaron compañías de trabajadores, para construir carreteras, vías de tren o campos militares. También aparecieron los campos de castigo, como los de Djelfa o Meridja, donde las condiciones de vida eran terribles[35].

En resumen, a finales de 1939, 23.000 refugiados se encontraban fuera de Francia y del norte de África: 6.000 en la URSS, 3.000 en otros países de Europa, 8.000 en México y 6.000 en otros países americanos[36].
Durante la Segunda Guerra Mundial, llegar a América fue mucho más difícil que antes. México había suspendido los embarques desde septiembre de 1939 por motivos de carácter interno del país. Después firmó un nuevo y muy generoso acuerdo con las autoridades de Vichy, en agosto de 1940, pero topó con muchas dificultades para ser puesto en práctica: no había disponibilidad de barcos que quisieran hacer el trayecto en un mar en guerra. Además, Alemania era contraria a que se fueran de Francia los españoles en edad militar, por si nunca los podía necesitar. Por eso las expediciones del período 1939-1942, de entre las cuales cabe destacar las del vapor Nyassa en 1942, no llegarán a los 4.000 refugiados, a los cuales cabe sumar 2.000 refugiados llegados a México desde República Dominicana[37]. La numerosa colonia de más de 11.000 –o, concretamente, 12.130[38]– refugiados españoles, la libertad política y la lejanía de la guerra convirtieron este país en el escenario ideal para la actuación de partidos e instituciones del exilio republicano.
Los hermanos Pere y Ventura Pujol, junto a otros refugiados
llegados a Huixtla (México)
Otro caso singular es el de Pere Pujol Jordana. Nacido en 1909, militante comunista y organizador del PSUC en su localidad, Sant Feliu de Guíxols, y en toda la comarca, luchó en la Guerra Civil y pasó a Francia en 1939. Ingresó en los campos de las playas, pero el partido le procuró un pasaporte para salir hacia América. Aunque él no lo quiso, cierto día recibió un oficio del ministro del Interior, Sarraut, en que se le obligaba a abandonar el campo y tomar un barco en Burdeos, en julio de 1940. En agosto, llegó junto a un grupo de españoles a República Dominicana, donde les pidieron dinero para desembarcar. Aunque la gente les trajo jabón y comida, les preguntaron si querían trasladarse a Chile o a México. Escogieron este último, donde sabían que serían bien recibidos. Fueron repartidos por los estados de Chiapas y Tabasco para evitar la campaña de la derecha en contra de los emigrantes. Pujol estuvo en el municipio indígena de Huixtla, pero en diciembre, el PSUC lo reclamó para trabajar en las oficinas del partido en la capital. Allí se encontraba el grueso del partido en el exilio, incluso Comorera y Marlés. Pero Pujol no disponía nunca de dinero, así que el propio PSUC le buscó otro trabajo mejor pagado, en unos comedores del Estado. Pujol finalizó su aventura en México en 1942, cuando el partido le designó responsable de una misión clandestina en Barcelona. Cogió un barco hacia Argentina, pasando por Ecuador, Perú, Chile, y en Buenos Aires le facilitaron un pasaporte falso que debería presentar en Portugal para entrar en España. El resto es –aunque igualmente interesante– parte de otra historia[39].
En canto a República Dominicana, en febrero de 1940 aún llegaron 1.000 refugiados más, sumando, pues, un total de 4.000[40]. Fue el país americano que, proporcionalmente, recibió más[41].
La familia de Proudhon Carbó -sin él- y el matrimonio Adroher
en San Juan de Maguana (República Dominicana) [ACBE]
Otro testimonio relevante es el de Proudhon Carbó, intelectual y escritor anarquista de la Bisbal d’Empordà e hijo del destacado dirigente libertario Eusebi Carbó. Se exilió con la familia en 1939, pero durante los años veinte ya había recorrido medio mundo propagando las ideas libertarias. Gracias a sus contactos en París, pudo establecerse con su pareja en la capital huyendo de los campos. En el inicio de la guerra mundial, pero, fue detenido en París. Otro contacto le aconsejó embarcar a América y lo consiguió saliendo en el De la Salle, desde Burdeos, gracias a un amigo que tenía dentro del SERE. Como ya estaban en guerra, un torpedinero tuvo que acompañar al vapor hasta Casablanca, donde su mujer dio a luz a una niña. Luego viajaron hasta Santo Domingo. Como otros, nunca pudieron adaptarse al país y reemigraron a México en 1941, pasando por Cuba, donde fueron detenidos creyendo que eran espías nazis. Tampoco en México tuvieron una fácil adaptación, pero fue, finalmente, su país de acogida final. Carbó manifestó siempre su admiración por Lázaro Cárdenas[42].

En cambio, Chile, Colombia o Cuba pasarán a ser países donde casi ya no llegarán republicanos, estos años; al contrario, algunos de los que habían acogido buscaron otros destinos[43]. Por el contrario, países inicialmente menos receptivos como Argentina o Venezuela ahora empezarán a abrir tímidamente sus fronteras –especialmente a los vascos–, aunque también encontrarán las mismas dificultades de los embarques que ya hemos comentado para México[44]. Los primeros que llegaron a Argentina lo hicieron a bordo del Massilia, el noviembre de 1939 y, aunque inicialmente se dirigían a terceros países, un grupo de ellos –unos 60– fue autorizado a quedarse en el país. Siendo esta cifra poco relevante, cabe decir que fue el mayor contingente recibido antes de 1940[45].

Republicanos españoles en los campos del Gulag
Con respecto a la URSS, ya no aceptó más refugiados. El colectivo inicial de 6.000 españoles se fue integrando en un país muy diferente a la España que habían conocido, incluso hubo unos 800 de ellos que formaron parte del ejército soviético y de la guerrilla cuando se produjo la invasión nazi. Sin embargo, algunos manifestaron su deseo de marcharse, o de volver a España, o su desencanto por un régimen comunista muy diferente al de la propaganda estalinista. Estos fueron perseguidos, encarcelados o llevados a los campos de trabajos forzados el Gulag, especialmente el de Karagandá. Según Luiza Iordache, esto se hizo con el conocimiento y, en ocasiones, la participación directa de dirigentes comunistas españoles[46]. Pons Prades calcula que fueron 500 los españoles represaliados[47]. Trabajos recientes como los de la autora citada (2009, 2014) o el de Secundino Serrano (2011) ahondan en la experiencia más traumática de les españoles en la URSS[48].
En cuanto a Inglaterra, desde 1940 había ya una colonia unos 2.000 exiliados, ya que se había ido incrementando desde el estallido de la guerra mundial[49].

LA FRANCIA DE VICHY (JUNIO DE 1940 - NOVIEMBRE DE 1942)
A partir de la caída de París en manos de los alemanes, en junio de 1940, y del armisticio de Compiègne, las nuevas autoridades francesas, ya despreocupadas de la guerra, quisieron desprenderse, ahora por completo, del sobrante de refugiados españoles[50].
Sin embargo, algunos de ellos se integraron en los ejércitos aliados, trasladándose a Inglaterra y luego combatiendo a otros territorios como el norte de África, el Mediterráneo, la URSS o, incluso, Asia.
Asimismo, se abrió un terrible escenario fuera de Francia: el de la deportación de los republicanos españoles a la Alemania nazi. Algunos por haber sido hechos prisioneros durante la ocupación de Francia; otros por ser considerados miembros de la resistencia; y unos últimos por su especial significación política. La mayoría fueron llevados a los stalag o campos de prisioneros, pero cuando Vichy se desentendió de su suerte, fueron a parar a los campos de concentración o konzentrationslager, lugares de castigo, extenuación y, finalmente, muerte. Nombres como Dachau, Buchenwald, Ravensbrück o Mauthausen ya forman parte de la memoria del republicanismo español[51]. En los campos nazis estuvieron internados unos 12.000 españoles, 7.288 de los cuales en Mauthausen[52]. Los años 1940-1942 serán los más difíciles. La crueldad de las medidas de ese sistema es de sobra conocida. Hay que decir que otras decenas de miles de españoles fueron trasladados a Alemania con fines simplemente laborales, a fin de mantener productiva la economía en tiempos de guerra[53].
Una CTE trabajando en el Transahariano
En el norte de África aún existía una colonia de refugiados nada despreciable. Después del armisticio, el gobierno de Vichy creó los campos de trabajo, dirigidos a los republicanos considerados peligrosos. Sus condiciones de vida eran, pero, insoportables y causaron una elevada mortalidad entre los internados[54].
En Inglaterra, casi la mitad de los refugiados republicanos llegarían a mediados de 1940 confundidos entre los fugitivos que escaparon de la ocupación alemana de Francia. A pesar de que era conocido que Franco tenía espías en el país, los dirigentes republicanos vascos y catalanes allí establecidos se reorganizaron y, a mediados de 1940, fundaron ambos Consejos Nacionales, encabezados por Manuel Irujo y Carles Pi i Sunyer, respectivamente, ya que en la Francia ocupada era imposible hacerlo. El Consell Nacional Català recibía el apoyo de las comunidades catalanas de América. Esta gran actividad política y las personalidades que componían el exilio británico convirtieron la isla en otro de los centros neurálgicos del republicanismo español, especialmente entre 1940 y 1943[55].
Por lo que respecta a los países americanos, algunos de los más reticentes a la acogida de refugiados acabaron siendo receptores de los que salían de República Dominicana o de Chile. En Argentina llegaron, estos años, unos 1.400 refugiados. La mayoría lo hicieron siguiendo estrategias individuales para entrar en el país, apoyados en muchos casos por actores de la sociedad argentina favorables a la República española, o bien entrando clandestinamente, ya que la política de acogida seguía siendo casi nula[56]. Un caso muy similar es el de Venezuela, aunque con una llegada de refugiados mucho menor[57].

ÚLTIMA FASE DE LA GUERA MUNDIAL (NOVIEMBRE DE 1942 - MAYO DE 1945)
En 1942, la tendencia de la Segunda Guerra Mundial se invirtió por completo. Los británicos habían iniciado una contraofensiva victoriosa en África y se produjo la ocupación aliada en Marruecos y Argelia. La caída de Vichy en el norte de África provocó la clausura de los campos. La mayoría de los refugiados pudo permanecer libremente en Argelia[58].
Como respuesta desesperada a los triunfos aliados, los nazis ocuparon, en Francia, la zona de Vichy, por lo que los exiliados que quedaban en libertad volvieron a sufrir el riesgo de ser deportados a los campos de exterminio en el período 1942-1944. Con todo, en los campos nazis, las condiciones de vida fueron mejores a partir de 1943, cuando Alemania se dio cuenta que necesitaba en vida a los prisioneros para mantener la productividad del sistema concentracionario[59].

Liberación de Mauthausen
Por otra parte, los voluntarios republicanos alistados en los ejércitos aliados participarían en la liberación de París, en 1944. Las tropas aliadas llegarían al corazón de Alemania, en 1945, liberando los últimos campos de exterminio. Los españoles que fueron liberados se dispersaron de nuevo después de esto: volvieron a Francia, intentaron entrar en la URSS o se unieron al maquis[60].

En cuanto al resto de países que habían recibido refugiados hasta ahora, en esta segunda fase de la Segunda Guerra Mundial acogieron muy pocos más, tanto porque preferían asentar los que ya tenían como porque los propios españoles, viendo cómo cambiaba la tendencia de la guerra, empezaban a pensar en un posible regreso a España[61]. A partir de 1944, además, México dejó de ser el centro político del exilio, el cual retornó a París, pero consolidó una colonia de unos 15.000 refugiados republicanos, alrededor de 1945. En cambio, en 1942, de República Dominicana ya se habían marchado dos tercios[62].
El caso de EE.UU. es singular. A pesar de haber sido uno de los países a los que los exiliados intentaron ir con mayor determinación, su restrictiva política de admisiones forzó a que la colonia de exiliados fuera minoritaria y selecta. Entre 1940 y 1945 habían entrado en EE.UU. 2.300 españoles de forma legal, pero no todos era exiliados políticos. Las Sociedades Españolas Confederadas –80 entidades con unos 60.000 miembros– ejercieron un papel de acogimiento y protección hacia los republicanos que llegaban al país para quedarse o para reemigrar a otros países americanos. En los EE.UU. se quedó un exilio marcadamente más intelectual. Las universidades y centros similares podían reclamar a profesionales concretos y contratarlos en origen –Severo Ochoa, por ejemplo. Sólo así se podía entrar legalmente en el país[63].
Por otra parte, en pleno 1942, una minoría pasó a Suiza. Tres altos dirigentes políticos catalanes, Tarradellas, Gassol y Martín Feced lo hicieron clandestinamente, huyendo de la orden de extradición de Vichy. En Lausana se mezclaron con otros exiliados catalanes, como el mecenas Rafael Patxot o eclesiásticos contrarios a Franco, que estaban allí desde 1936[64].
Por lo que respecta a Inglaterra, a finales de la guerra se convirtió nuevamente en destino de los refugiados españoles, ahora procedentes del norte de África y Francia[65].
Cuanto a la URSS, mientras parte del colectivo refugiado participaba de la vida soviética, los republicanos españoles considerados disidentes continuaron siendo detenidos[66].

GUERRA FRÍA Y SUPERVIVENCIA DEL FRANQUISMO (1945 - 1954)
Con el final de la Segunda Guerra Mundial pronto se pudo comprobar que el régimen de Franco no sería derribado por las potencias ganadoras. Esto provocó que el exilio se replanteara de nuevo su situación[67]. Así pues, una parte significativa fue volviendo en España a lo largo de la segunda mitad de los años cuarenta, por lo que ahora ya sólo quedaban, en el exilio, 200.000 refugiados o menos –en todo el mundo–, en lugar del casi medio millón inicial.
Otros rehicieron su situación más allá de Francia, una vez más. Estos nuevos movimientos migratorios recibieron el impulso, desde 1947, de la OIR –la Organización Internacional de Refugiados–, una poderosa organización creada para reubicar los numerosos desplazados de la guerra mundial pero que tomó en consideración también los españoles, hasta el punto que trasladó a Iberoamérica hasta 9.000 de estos, es decir, que fue la tercera nacionalidad más atendida. Estos se sumaron a los que se desplazaron por otros canales[68].
En total, fueron 30.000[69], 38.000[70] o hasta 44.000[71] –según los autores– los refugiados en América a finales de los cuarenta y principios de los cincuenta. El exilio en Hispanoamérica fue, pero, más importante por su calificación que por su cantidad.
El dictador Rafael Leónidas
Trujillo (Rep. Dominicana)
Los refugiados escogieron, estos años, sobretodo, Argentina y Venezuela. Por el contrario, en República Dominicana empezaron a ser perseguidos, acusados ​​de comunistas, en el contexto maniqueo de la Guerra Fría, y se terminaron marchando casi todos[72]. Fue así como los dos países sudamericanos citados se convirtieron, definitivamente en el tercer y cuarto país con más refugiados españoles, con 10.000 y 5.000 exiliados, respectivamente[73]. En cambio, según Schwarzstein, en Argentina hubo sólo 2.500 refugiados finales –de corte netamente intelectual[74]. En Caracas, por ejemplo, la comunidad de catalanes se reunía alrededor del médico August Pi i Sunyer y su hermano, el político catalanista Carles, a dónde se había trasladado después de los años de Londres. Vascos, catalanes y una elevada proporción de médicos componían este exilio[75].
Por lo que respecta a México, los republicanos españoles sumaban, según las fuentes, 21.750 –en 1948–[76], o no más de 20.000 –alrededor de 1950[77]. En medio de esta notable dispersión geográfica por América, el presidente de la Generalitat de Catalunya, Josep Irla, buscó repetidamente, entre los años 1948 y 1952 –promocionando giras de diversos dirigentes políticos al Nuevo Continente–, recaudar fondos para la supervivencia de la institución[78].
En estos años llegó un segundo grupo de refugiados a los EE.UU., compuesto de españoles procedentes de otros países americanos[79]. Recientemente, algunos estudios han puesto de relieve cómo en EE.UU. fracasaron las iniciativas de republicanos y socialistas españoles, conjuntamente con la entidad Americans for Democratic Action, para convencer al gobierno estadounidense de que debía intervenir para derribar Franco[80], mientras que otros sugieren procesos posteriores de captación e influencia ideológica de la CIA hacia el colectivo español[81].
Campaña de la FEDIP contra la represión de los republicanos en la URSS
En el otro polo de la esfera política, la URSS, grupos de refugiados españoles continuaron siendo represaliados en una tercera ola de detenciones, en los años 1947 y 1948. Fue en este momento cuando lo denunció la Federación Española de deportados y Internados Políticos (FEDIP), con el apoyo del exilio no estalinista y gobiernos democráticos internacionales[82].
Otra consecuencia de la división del mundo en bloques fue la persecución de algunos colectivos de refugiados españoles que se encontraban repartidos por los países occidentales –especialmente EE.UU. y Francia– y que fueron acusados de agentes prosoviéticos. Operaciones de limpieza política como la Caza de Brujas norteamericana o la francesa Bolero-Paprika conllevaron un nuevo motivo para la diáspora de estos colectivos entre 1948 y 1950. En Francia, de un listado de 404 refugiados españoles, 177 fueron expulsados. Unos a Argelia, otros a Córcega y, el resto, a diferentes países del este europeo. Es así como muchos dirigentes y militantes comunistas, antiguos guerrilleros o miembros del maquis fueron acogidos en la URSS o en países de la órbita soviética[83]. Aún años después de la deportación a Córcega, algunos republicanos fueron recogidos por un barco polaco para ser repartidos por Europa del Este. De este modo, podemos hablar de una nueva etapa del exilio en países como Checoslovaquia, Hungría, Rumanía, Polonia, la RDA, etc. La mayoría de estos países, desde 1946, había reconocido la República española y no el gobierno de Franco[84]. Aunque en 1945 la colonia española de Checoslovaquia era muy escasa, en 1954 era ya de 191 españoles, bajo los auspicios y control del PCE. En algunos casos estos refugiados fueron tomando conciencia de la realidad de los países del bloque comunista y, desencantados, se fueron marchando a terceros destinos: Suecia, Noruega, Marruecos, etc. En otros casos vivieron en perfecta harmonía con la propuesta planificada y estatista de corte soviético. Son, en este sentido, relevantes las casi contradictorias vivencias en Checoslovaquia de personas de perfiles inicialmente tan parecidos como Juan Blázquez y Josep Bonifaci: médicos, inicialmente comunistas convencidos y afectados, ambos, por la operación Bolero-Paprika[85]. El este de Europa pone de manifiesto que la investigación va cubriendo progresivamente los diferentes y múltiples escenarios de la diáspora republicana. Sin embargo, países susceptibles de haber sido el destino de los refugiados españoles a partir de 1945, como Italia, siguen incomprensiblemente ignorados.
Un cartel de la propaganda fascista española
con un mensaje pensado para el contexto
crecientemente maniqueo de la Guerra Fría (AHDB)
Después del conflicto armado mundial, el régimen franquista pudo sacar mucho provecho de la nueva situación de creación de bloques de la Guerra Fría y consiguió ser reconocido plenamente en el panorama internacional en los años cincuenta. En 1954, la dinámica represiva de los inicios de la dictadura se empezó a relajar con un decreto de indulto, lo que hacía que también algunos de los exiliados pudieran regresar con cierta tranquilidad.
En cuanto a los que no regresaron, murieron en el exilio o se asentaron en los países de acogida. Algunos habían puesto en marcha negocios que funcionaban, empezaron a ocupar puestos de responsabilidad en empresas o en la administración pública; a la vez, fueron viendo como sus hijos estudiaban, incluso carreras universitarias, y se convertían en ciudadanos plenos de otros países que no eran el de origen. Poco a poco, pues, la condición de exiliado se disolvió en la más general de emigrado. Es más, el viejo exilio político atrajo otro tipo de emigración, política y económica a la vez, propia de la posguerra española, hacia los lugares donde se había asentado. El exilio netamente político quedaba reservado a una minoría que tenía puesta la mirada en el día que muriera Franco.
Únicamente el exilio no se acabó integrando en los países donde fue perseguido, como es el caso de República Dominicana o el de la URSS. Con la muerte de Stalin y el viraje político de Breznev, sin embargo, los españoles pudieron salir del Gulag y, al final, también del país[86].

LA LENTA DESAPARICIÓN DEL EXILIO (1954 - 1976)

Mesa de testimonios en un acto de rememoración del exilio
y la represión franquista (Sant Feliu de Guíxols, 2002)
En 1966, la ley de responsabilidades políticas de 1939, es decir, aquello que mantenía en funcionamiento los mecanismos represivos del Estado contra los enemigos políticos –y lo que obligaba a los últimos exiliados a no poder volver a España– fue derogada. Ahora bien, los exiliados tenían ya una media de edad que rondaba, de mediana, los 60 años. ¿Quien quería volver a hacer un cambio de vida? Algunos vinieron de vacaciones, primero brevemente y ocultando su presencia; luego con más normalidad. Otros no quisieron volver, simbólicamente, hasta que Franco no hubiera muerto.
Por lo que respecta a los republicanos en África, los que se habían asentado en Argelia se marcharon masivamente con los movimientos de independencia de 1954-1962. En 1976 aún quedaba un exilio de unas 2.000 personas repartido por todo el continente africano[87].
El franquismo inició su última crisis en 1969, descomponiéndose progresivamente. Francisco Franco murió el 20 de noviembre de 1975, dos meses después de las últimas ejecuciones perpetradas por el régimen. La muerte de Franco fue el estímulo que faltaba para iniciar el proceso de cambios políticos. En julio de 1976 –nombramiento de Suárez– comenzaba la Transición a la democracia. Objetivamente, se acababan las razones de la existencia del exilio, aunque el paso del tiempo había ya cristalizado esta situación en muchos de los que se marcharon en 1939.

CONCLUSIONES
Para terminar, quiero recuperar una vieja frase de Javier Rubio (1977), que ilustra el pósito dejado por la diáspora de los republicanos españoles. Para el autor, nada sospechoso de connivencia acrítica con los republicanos, la emigración política del fin de la Guerra Civil "desde un punto de vista cultural ha representado una aportación de extraordinaria valía para nuestras repúblicas hermanas, pues en esa treintena de miles de españoles se hallaban casi todas las mejores cabezas que perdía nuestra patria con la Guerra Civil"[88].
Más allá del impacto en las sociedades receptoras, cabe destacar que en los últimos cinco años, entre el setenta y el setenta y cinco aniversario del gran éxodo republicano, han empezado a aparecer raros e interesantes estudios comparativos entre los exilios de Francia y México (C. Dávila, 2010), por un lado, y de México y Argentina (A. Pagni, 2011), por otro. Además, disponemos también de un grupo de trabajos sobre los países receptores coordinado por Abdón Mateos (2009) y otro sobre el exilio en América en su conjunto (E. Mächler, 2011). Estos trabajos –comparativos, macroregionales– sólo son posibles hoy, cuando existe ya un corpus de estudios previos. Por otra parte, si bien determinados países receptores como Francia, la URSS, México, Chile, Argentina o Uruguay ya habían sido estudiados, ahora reciben valiosas aportaciones de detalle. Además, se ha resuelto la situación de semipenumbra en que quedaba el norte de África, Cuba, EE.UU. o Canadá, es decir, regiones o estados que no fueron receptores en primera instancia, el estudio de los cuales no había recibido la atención del boom de la investigación de los años noventa.
Sin embargo, aún se aborda el exilio desde una perspectiva poco social –exceptuando el caso de México. La perspectiva de la sociabilidad es una vieja demanda todavía insatisfecha –véase lo que decía, ya, Albert Manent, en 2003[89]. Se echan de menos trabajos que aporten miradas nuevas sobre las condiciones socioeconómicas en los países de llegada, las oportunidades laborales o las redes de relaciones de los propios refugiados.
No obstante, cabe felicitarnos por el hecho de que en determinados círculos de las sociedades receptoras haya un renacido interés por el exilio republicano, más que los años precedentes. Esto contrasta con la falta de interés que, en algunos países, despertaba el exilio la década anterior. Parece, pues, existir una propuesta para integrar la experiencia del exilio al discurso historiográfico propio[90].
Hecha esta conclusión, sólo espero que la conferencia haya sido de su agrado. Muy cordialmente.

Esta conferencia, durante los actos de Chemins de la Retirada
(Argelers, 21-02-2015) [Fotografía de Pilar Francès]




[1] Vicente, Josep, en Àncora, 2683, [Sant Feliu de Guíxols], 2000.
[2] Gaitx Moltó, Jordi. “República i revolució. Orígens socials i polítics de l’exili català de 1939”, en Pujol, Enric (coord.). L’exili català de 1936-1939. Noves aportacions. Cercle d’Estudis Històrics i Socials: Girona, 2006, pàg. 21-39.
[3] Font Agulló, Jordi; Gaitx Moltó, Jordi. “L’exili de 1939. Un estat de la qüestió entre dues commemoracions (2009-2014)”, en Franquisme i Transició. Revista d’història i de cultura, 2, 2015 [en premsa].
[4] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 176-185.
[5] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 184-188.
[6] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 33-34.
[7] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 172.
[8] Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 99-100.
[9] Udina, Ernest. Josep Tarradellas, l’aventura d’una fidelitat. Barcelona: Ed. 62, 1978, p. 217; Calvet, Felip; Roig rosich, Josep M. Josep Irla. President de la Generalitat de Catalunya a l’exili. Barcelona: Teide, 1981, p. 194; Cabré i Lloret, Salvador. “La Generalitat de Catalunya durant el primer exili (febrer 1939 – juny 1940)”, en Arxius. Butlletí del Servei d’Arxius, 29, 2001, p. 2.
[10] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 157-158, 181, 194-195.
[11] Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 99-100.
[12] Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 101.
[13] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 41-47.
[14] Tuñón de Lara, Manuel. “Los españoles en la II Guerra Mundial y su participación en la resistencia francesa”, en Abellán, José Luis. El exilio español de 1939, II, Guerra y Política. Madrid: Taurus, 1976, p. 16.
[15] Pons Prades, Eduardo. Las guerras de los niños republicanos (1936-1995). Madrid: La Compañía Liberaria, 1997, p. 369-371.
[16] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 199-202.
[17] Arasa, Daniel. 1995, Exiliados y enfrentados: los españoles en Inglaterra de 1936 a 1945. Barcelona: Ediciones De la Tempestad/Puntos, 1995, p. 11-12; Vilanova, Francesc. “L’exili i l’oblit”, en Riquer, Borja de (dir.). Història, política, societat i cultura dels Països Catalans, vol. 10. Barcelona: Gran Enciclopèdia Catalana, 1997, p. 90-92; Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 41-49; Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 165-172.
[18] Pons Prades, Eduardo. Las guerras de los niños republicanos (1936-1995). Madrid: La Compañía Liberaria, 1997, p. 317-318; Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 41-49.
[19] Pons Prades, Eduardo. Las guerras de los niños republicanos (1936-1995). Madrid: La Compañía Liberaria, 1997, p. 349-353.
[20] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 102.
[21] Marquès, Salomó. “El manteniment d’un somni de progrés. El magisteri i la universitat a l’exili”, en Font Agulló, Jordi (dir.). Reflexionant l’exili. Aproximació a l’experiència de l’exili republicà entre la història, l’art i el testimoniatge. Catarroja; Barcelona: Afers, 2010.
[22] Font Agulló, Jordi; Gaitx Moltó, Jordi. “L’exili de 1939. Un estat de la qüestió entre dues commemoracions (2009-2014)”, en Franquisme i Transició. Revista d’història i de cultura, 2, 2015 [en premsa].
[23] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 172-176.
[24] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 102.
[25] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 182-188.
[26] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 157-158, 181, 197-198.
[27] RUBIO, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 157-158, 181, 197-199.
[28] Domingo Cuadriello, Jorge. El exilio republicano español en Cuba. Madrid: Editorial Siglo XXI, 2009, p. 33-45.
[29] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 188-194.
[30] Gaitx Moltó, Jordi. L’exili del Baix Empordà al 1939. La Bisbal d’Empordà: Ajuntament de la Bisbal d’Empordà, 2007, p. 131-140.
[31] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 197.
[32] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 104.
[33] Guixé, Jordi. “Fons per a l’estudi de l’exili”, dins Pujol, Enric (coord.). L'Exili català del 1936-39: un balanç. Quaderns del Cercle, 19. Girona: Cercle d'Estudis Històrics i Socials, 2003, p. 39-56.
[34] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 172, 191, 196-198.
[35] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 175, 189.
[36] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 206.
[37] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 448-459.
[38] Díaz Esculies, Daniel. Entre filferrades. Un aspecte de l’emigració republicana dels Països Catalans (1939-1945). Barcelona: La Magrana, 1993, p. 71-74.
[39] Gaitx Moltó, Jordi. L’exili del Baix Empordà al 1939. La Bisbal d’Empordà: Ajuntament de la Bisbal d’Empordà, 2007, p. 148-164.
[40] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 188-194, 465; Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 90-91.
[41] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 102-103.
[42] Gaitx Moltó, Jordi. L’exili del Baix Empordà al 1939. La Bisbal d’Empordà: Ajuntament de la Bisbal d’Empordà, 2007, p. 303-309.
[43] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 465.
[44] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 157-158, 181, 195-197, 465-469; Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 90-94.
[45] Schwarzstein, Dora. “La llegada de los republicanos españoles a la Argentina”, en Estudios Migratorios Latinoamericanos, 37, [Buenos Aires: CEMLA], 1997, p. 423-447.
[46] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 41-47, 64; Rodés, Jesús M. “Presentación”, en Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 7-10; Iordache, Luiza. Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 11-15, 82-85.
[47] Pons Prades, Eduardo. Las guerras de los niños republicanos (1936-1995). Madrid: La Compañía Liberaria, 1997, p. 369-371.
[48] Font Agulló, Jordi; Gaitx Moltó, Jordi. “L’exili de 1939. Un estat de la qüestió entre dues commemoracions (2009-2014)”, en Franquisme i Transició. Revista d’història i de cultura, 2, 2015 [en premsa].
[49] Arasa, Daniel. 1995, Exiliados y enfrentados: los españoles en Inglaterra de 1936 a 1945. Barcelona: Ediciones De la Tempestad/Puntos, 1995, p. 11.
[50] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 448-459.
[51] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 401-407.
[52] Toran, Rosa. Vida i mort dels republicans als camps nazis, Barcelona: Proa, 2002, p. 164-165.
[53] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 401-407.
[54] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 189.
[55] Arasa, Daniel. 1995, Exiliados y enfrentados: los españoles en Inglaterra de 1936 a 1945. Barcelona: Ediciones De la Tempestad/Puntos, 1995, p. 12-13; Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 165-172; Vilanova, Francesc. “L’exili i l’oblit”, en Riquer, Borja de (dir.). Història, política, societat i cultura dels Països Catalans, vol. 10. Barcelona: Gran Enciclopèdia Catalana, 1997, p. 90-92
[56] Schwarzstein, Dora. “La llegada de los republicanos españoles a la Argentina”, en Estudios Migratorios Latinoamericanos, 37, [Buenos Aires: CEMLA], 1997, p. 423-447; Roffo, Analía. “Entrevista a Dora Schwarzstein”, en Clarín, 1-7-2001.
[57] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 157-158, 181, 195-197, 465-469; Martín Casas, Julio; Carvajal Urquijo, Pedro. El exilio español (1936-1978). Barcelona: Planeta, Círculo de Lectores, 2002, p. 90-94.
[58] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 191-194.
[59] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 401-407.
[60] Roig, Montserrat. Els catalans als camps nazis. Barcelona: Ed. 62, 1977, p. 252-548.
[61] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 460-464.
[62] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 158-165, 188-194.
[63] Rueda, Germán. “El exilio republicano español en EE.UU. y la colonia de emigrantes identificada con los exiliados”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 237-239, 259; Ruíz del Árbol, Antares. “Guillermina Medrano, Rafael Supervía y Americans for Democratic Action. La campaña contra Franco desde el exilio estadounidense”, en Migraciones y Exilios 13, 2012, p. 81-83, 85-87, 91-106.
[64] Muntanyola, Ramon. Vidal i Barraquer. Cardenal de la Pau. Barcelona: Publicacions de l’Abadia de Montserrat, 1976, p. 595, 600; Fort i Cogul, Eufemià. Ventura Gassol: un home de cor al servei de Catalunya. Barcelona: Edhasa, 1979, p. 287-292, 300; Giró, Jordi. Dos homes de pau en temps de guerra. Epistolari Carles Cardó, Ramon Sugranyes (1936-1942). Barcelona: Claret, 2001, p. 8, 21-22, 199; Gaitx Moltó, Jordi. “Carles Cardó i els polítics republicans a l’exili (1939-1954)”, en Plans i Campderrós, Lourdes (dir.). Església, societat i poder a les terres de parla catalana. Actes del IV Congrés de la CCEPC (Vic, 20 i 21 de febrer de 2004). Valls: Cossetània Edicions, 2004, pàg. 291-307.
[65] Arasa, Daniel. 1995, Exiliados y enfrentados: los españoles en Inglaterra de 1936 a 1945. Barcelona: Ediciones De la Tempestad/Puntos, 1995, p. 13.
[66] Iordache, Luiza. Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 11-15, 82-85.
[67] Ruíz del Árbol, Antares. “Guillermina Medrano, Rafael Supervía y Americans for Democratic Action. La campaña contra Franco desde el exilio estadounidense”, en Migraciones y Exilios 13, 2012, p. 90.
[68] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 741-745.
[69] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 741-745.
[70] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 106.
[71] Vilar, Juan Bautista. La España del exilio. Las emigraciones políticas españolas en los siglos XIX y XX. Madrid: Síntesis, 2006.
[72] Ruíz del Árbol, Antares. “Guillermina Medrano, Rafael Supervía y Americans for Democratic Action. La campaña contra Franco desde el exilio estadounidense”, en Migraciones y Exilios 13, 2012, p. 85.
[73] Rubio, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 744.
[74] Roffo, Analía. “Entrevista a Dora Schwarzstein”, en Clarín, 1-7-2001.
[75] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 44-47.
[76] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 44-47.
[77] Pla Brugat, Dolores. “El exilio republicano en Hispanoamérica. Su historia e historiografía”, en Historia Social, 42, [València: UNED], 2002, p. 106.
[78] Gaitx Moltó, Jordi. Josep Irla i Bosch. Memòries d’un president a l’exili. Barcelona: Viena, 2010, p. 54-56, 146-151, 167-179.
[79] Rueda, Germán. “El exilio republicano español en EE.UU. y la colonia de emigrantes identificada con los exiliados”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 244.
[80] Ruíz del Árbol, Antares. “Guillermina Medrano, Rafael Supervía y Americans for Democratic Action. La campaña contra Franco desde el exilio estadounidense”, en Migraciones y Exilios 13, 2012, p. 81-83, 85-87, 91-106.
[81] Glondys, Olga. La Guerra Fría cultural y el exilio republicano español: Cuadernos del Congreso por la Libertad de la Cultura (1953-1965). Madrid: Consejo Superior de Investigaciones Científicas, 2012.
[82] Villarroya i Font, Joan. 1939. Derrota i exili. Barcelona: Generalitat de Catalunya, Departament de Cultura, 2000, p. 41-47; Rodés, Jesús M. “Presentación”, en Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 7-10; Iordache, Luiza. Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 11-15, 82-85.
[83] Guixé i Corominas, Jordi. L'Europa de Franco: l'esquerra antifranquista i la "caça de bruixes" a l'inici de la guerra freda. França 1943-1951. Barcelona: Publicacions de l'Abadia de Montserrat, 2002, p. 155-191.
[84] Eiroa San Francisco, Matilde. “Las incidencias del siglo XX y sus efectos en las relaciones hispano-checoslovacas”, en El hispanismo en la República Checa, vol. II. Praga / Madrid: Univerzita Karlova; Ministerio de Asuntos Exteriores de España, 2001; Prats, Francesc; Armengol, Josep; Canal, Ramon. Josep Bonifaci Mora. Entre Llimiana i les dues Europes del segle XX. Vida i exili d’un metge pallarès. Tremp: Garsineu edicions, 2009, p. 30-31.
[85] Eiroa San Francisco, Matilde. “Las incidencias del siglo XX y sus efectos en las relaciones hispano-checoslovacas”, en El hispanismo en la República Checa, vol. II. Praga / Madrid: Univerzita Karlova; Ministerio de Asuntos Exteriores de España, 2001; Prats, Francesc; Armengol, Josep; Canal, Ramon. Josep Bonifaci Mora. Entre Llimiana i les dues Europes del segle XX. Vida i exili d’un metge pallarès. Tremp: Garsineu edicions, 2009, p. 31-34; Riera Socasau, Joan Carles. Juan Blázquez "General Cesar" y Lola Clavero. Resistencia y exilio desde el Arán. Lleida: Milenio, 2013, p. 89-127.
[86] Iordache, Luiza. Republicanos españoles en el Gulag (1939-1956). Madrid: Editorial Generic, 2009, p. 11-15.
[87] Vilar, Juan B. “El exilio español en el norte de África, 1936-1962”, en Durán Alcalá, Francisco; Ruiz Barrientos, Carmen. La España perdida. Los exiliados de la II República. Córdoba: Diputación Provincial de Córdoba, Patronato Municipal Niceto Alcalá-Zamora y Torres, Universidad de Córdoba, 2010, p. 172-173, 189.
[88] RUBIO, Javier. La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin de la II República española, Madrid, Librería Editorial San Martín, 3 vols., 1977, p. 741-745.
[89] Pujol, Enric. “Albert Manent o la recuperació de la memòria de l’exili”, en Pujol, Enric (coord.). L'Exili català del 1936-39: un balanç. Quaderns del Cercle, 19. Girona: Cercle d'Estudis Històrics i Socials, 2003.
[90] Font Agulló, Jordi; Gaitx Moltó, Jordi. “L’exili de 1939. Un estat de la qüestió entre dues commemoracions (2009-2014)”, en Franquisme i Transició. Revista d’història i de cultura, 2, 2015 [en premsa].